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Livorno: distrutto il famoso Gabbione di Picchi, tanto caro ad Allegri

Livorno: distrutto il famoso Gabbione di Picchi, tanto caro ad Allegri
domenica 3 dicembre 2023, 09:45Altre Notizie
di Redazione TMW

La mareggiata ha distrutto il famoso "gabbione" di Livorno che Massimiliano Allegri ha citato spesso nelle sue conferenze stampa.
Il gabbione è un campetto da calcio senza "limitazioni", spazi e falli laterali in cui il tecnico bianconero da giovane ha vinto tanti tornei, come citato dallo stesso allenatore nella sua conferenza d'addio alla Juventus: "Ci sono giocatori che vincono le Champions, i campionati, che si salvano. Poi ci sono quelli che non vincono mai e ci sarà un motivo. Nel gabbione a Livorno ho perso solo un torneo.
Ci sarà un motivo. Non c’è più mestiere, è tutta teoria…
Quelli che vincono sono più bravi degli altri. Ora vorrei fare un esempio ma se lo faccio viene giù tutto".

Ma cosa è il GABBIONE?
Il Gabbione è un particolare campo sul mare parte integrante dell’identità di Livorno. Per Massimiliano Allegri, che ci è cresciuto, è anche la base della sua filosofia calcistica.

Il Gabbione nacque qui a metà degli anni Cinquanta, grazie a un’intuizione di Armando Picchi, storico capitano della Grande Inter di Helenio Herrera. Picchi, che d’estate ritrovava le sue radici labroniche, tra una caciuccata e un bagno in mare voleva tirare qualche calcio al pallone senza disturbare chi intendeva godersi il sole sui lettini. Insieme a un gruppo di amici, con l’attitudine artigianale degli uomini di un tempo, decise di recintare il campo da basket con delle reti da pesca e usare lo spazio delineato dai sostegni del canestro come porticine. Mai avrebbe immaginato che quell’opera rudimentale sarebbe diventata un tratto distintivo della sua città, un gioco amato e diffuso, lo spunto per un celebre spot di un brand leader dell’abbigliamento sportivo e un modello replicato dagli allenatori del futuro.

Una città con l’abitudine connaturata di andare controtendenza, in cui si parla per contrasto, salutandosi con un’offesa e dicendo “brutta lei” per descrivere una bella ragazza. Una città isolazionista, in cui si sta sempre tra livornesi. Chiusa, come il Gabbione. «A Livorno non c’è la paura del giudizio. Ne La psicologia delle folle, Gustave Le Bon dice che una massa ragiona meno di un individuo, perché ha meno freni inibitori. Se a una massa dici di mettersi a ballare in discoteca balla, un individuo no. Ecco, al livornese piace farlo da solo. Far vedere che è lui. Un po’ come quando ad Allegri arriva un pallone in panchina e lo stoppa con il tacco», dice Giannini. È l’effetto di un retroterra storico povero rispetto a quello di altre città toscane come Firenze o Pisa.
Anche il Gabbione, in tutti questi anni, ha schivato il progresso adottando pochissimi cambiamenti. I più giovani hanno sostituito il vecchio Yashin 420 di cuoio con un pallone più leggero simile al Tango. Non si gioca più a piedi nudi o con le Superga di “Cicio” ma con le scarpe da calcetto, ed è necessario prenotare il campo alla mattina, mentre prima l’accesso era libero. Per il resto è tutto uguale, dalle recinzioni al terreno di gioco, che, salvo alcuni casi, è ancora in cemento come da tradizione, nonostante le richieste avanzate da qualcuno: «Qui ai Fiume hanno addirittura organizzato una raccolte firme per far mettere il sintetico, ma abbiamo resistito. Nel Gabbione devi sentire la palla che rimbalza, a costo di rimediare una braciola», dice Neri con fermezza romantica. È uno dei motivi per cui è quasi impossibile, oggi, vedere calciatori professionisti dentro la gabbia, anche chi, come Leonardo Pavoletti, ci è cresciuto dentro.

scriveva Federico Corona per rivistaundici.com

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